GUIDA ALLA PRATICA NEL DOJO

Il Dojo

Dojo
luogo della Via: Do.
Denomina generalmente il monastero buddhista o in particolare le sale dove si svolge la pratica. Qualunque azione dentro il dojo deve essere mossa da rispetto e attenzione e svolta in silenzio mentale.
Do
termine giapponese che traduce l’ideogramma cinese Tao, Via, e indica il percorso del Buddha verso l’illuminazione.
  • E' necessario arrivare al Dojo almeno 10 minuti prima dell'inizio di Zazen per poter preparare corpo e mente alla Meditazione.
  • Avere il tempo di potersi cambiare gli abiti con calma e dare alla propria mente la possibilità di rilassarsi dalla ressa dei pensieri quotidiani.
  • A tale scopo è consigliabile di cercare di calarsi in uno stadio più silenzioso fin dall'inizio del tragitto che ci condurrà al Dojo.
  • Il Dojo non è un luogo di ritrovo mondano, è normato da un codice di comportamento e sono anche richiesti armonia, rispetto e educazione nei rapporti fra praticanti.
  • E' opportuno muoversi in modo silenzioso, usando una tonalità di voce lieve e un comportamento composto e consono alle pratiche che si svolgono all'interno di esso.
  • In questo medesimo spirito è intesa la condivisione dei momenti dedicati alla preparazione, alla pulizia e al riordino degli spazi comuni.
  • Sarà così possibile all'interno del Dojo rispettare la pratica nella sua totalità: prima, durante e dopo.

Abbigliamento del Dojo

 
  • E' consigliabile usare un abbigliamento comodo, meglio se di cotone e di colore scuro o neutro.
  • Senza cinture, né elastici all'altezza della vita, così da avere una respirazione libera a livello addominale.
  • Così come sono da evitare orologi, monili e orpelli.
  • Per una questione energetica, di igiene e di rispetto per la pratica che andremo a fare è importante avere sempre lo stesso abito pulito e in ordine da usare esclusivamente per fare Zazen.

Zendo

Zen: meditazione, Do: Via
Lo zendo è la sala di meditazione dove si pratica Zazen e si recitano i Sutra. E’ il luogo dove ci sediamo e manifestiamo noi stessi senza maschere e orpelli, per questo è un luogo dove ci muoviamo con silenzio e con rispetto.
  • Nello Zendo si entra scalzi, dopo la fine della prima serie di suoni dell'Han, con il piede corrispondente allo stipite della porta.
  • Dunque se si varca la soglia alla destra dell'apertura si entra con il piede destro, se invece si entra vicino al lato sinistro della porta si varca con il piede sinistro.
  • Oltrepassata la soglia si riuniscono i piedi e ci si flette leggermente in avanti nel Mudra di Gassho.
  • Fare gassho è riunire tutto se stesso: la parte destra con la sinistra, la mente con il cuore, il corpo con lo spirito.
  • E' riunire se stessi in unità, mettere tutto se stesso in quello che si sta facendo.
  • Fare gassho entrando nello Zendo significa dedicarsi agli altri, offrire la propria pratica per il bene degli altri.
  • Ed è per questo motivo che il gesto va fatto con estrema consapevolezza e attenzione: non è un movimento buttato lì in uno schema rituale.
  • Subito dopo si assume il mudra di Sasshu e muovendo per prima il piede destro si cammina sino al proprio Zafu.
  • Nello Zendo si rispetta il silenzio e si incede sempre lungo il perimetro senza mai tagliare in linea retta la stanza.
  • Quando si passa di fronte al Buddha senza fermarsi si inchina leggermente la testa in segno di rispetto.
  • Una volta raggiunto il proprio zafu ci si ferma e si fa gasso davanti al proprio posto, rivolti verso la parete, per unirci al luogo dove mediteremo e ai praticanti seduti alla nostra destra e alla nostra sinistra.
  • Poi girando in senso orario, si fa gassho verso il centro della sala di meditazione per unirci a tutti i meditanti di fronte a noi.

Postura

  • Girando sempre in senso orario ci si volta nuovamente verso il muro cercando di fare il minor numero di movimenti possibile.
  • Ci sediamo sullo zafu con le gambe incrociate e le ginocchia che appoggiano sullo Zafuton, nella posizione del Loto, o del Mezzo loto, o Birmana.
  • Se teniamo la posizione del mezzo loto, essendo di per sé una postura non bilanciata, a differenza di quella del loto e della birmana, è necessario cambiare l'incrocio delle gambe ad ogni sessione di Zazen.
  • E' importante sedersi sul primo terzo del cuscino così che, andandosi a creare con il peso del corpo una sorta di cuneo, le ginocchia scivolino naturalmente verso il basso.
  • Cerchiamo la stabilità della nostra postura controllando l'appoggio sul triangolo che ha i tre vertici nelle ginocchia e nell'osso ischio e spingendo leggermente le vertebre lombari in avanti.
  • Le cervicali estese, dunque il mento leggermente rientrato verso il petto, la sommità del capo spinge verso il cielo, come fossimo un burattino sospeso ad un filo.
  • I muscoli facciali distesi, la lingua appoggiata al palato, per moderare la salivazione, gli occhi aperti abbassati al suolo con un'inclinazione di circa 45° guardano il muro senza focalizzarsi su un punto ben preciso.
  • Le spalle rilassate come le braccia che appoggiano inizialmente sulle ginocchia, le quattro dita chiuse morbidamente a pugno avvolgono all'interno il pollice che appoggia con la punta alla base dell'anulare.
  • Facciamo qualche respiro profondo forzando l'espirazione, poi aspettiamo che la nostra respirazione diventi calma e regolare.
  • A quel momento e comunque al terzo suono della campana T-kin, stacchiamo le braccia dal corpo e mantenendole parallele al terreno mettiamo le mani nel mudra di Hokkaijoin, appoggiandole su Hara.

Zazen

  • Inizia Zazen, dunque per noi che seguiamo il rito Soto, la pratica di stare seduti in meditazione in Shikantaza cioè correttamente seduti, semplicemente manifestando se stessi.
  • Durante Zazen diventiamo consapevoli del nostro respiro e della nostra postura.
  • Non cerchiamo di avere una respirazione particolare, ma accettiamola così com'è.
  • Nel tempo, con la pratica, il nostro respiro diventerà naturalmente "basso", diaframmatico.
  • Concentrati sulla respirazione possiamo realizzare l'unità fra interno e esterno, il sé e il mondo.
  • Semplicemente stiamo seduti manifestando il nostro essere, la nostra vita al di là di giudizi e condizionamenti.
  • Essere, semplicemente essere, essendo uno con l'universo, manifestando il nostro vero sé, la nostra buddhità.
  • Senza forzare o voler controllare la mente cerchiamo di ritornare al nostro silenzio interiore.
  • Quando i pensieri sorgono non li ostacoliamo e non li scacciamo, ma semplicemente guardiamoli, lasciandoli liberi di attraversare la nostra mente come nubi che attraversano il cielo sospinte dal vento.
  • Quando ci rendiamo consapevoli che stiamo elaborando o rincorrendo un pensiero riportiamo la nostra attenzione al respiro e alla postura, così da calmare la nostra mente.
  • Osserviamo con attenzione il movimento dell'aria che entra e esce dalle narici all'ombelico e dall'ombelico alle narici.
  • Istante dopo istante, senza pensare a niente di speciale, senza preoccuparsi di niente, senza cercare nulla, nemmeno il Satori.
  • Osserviamo la posizione del nostro corpo controllando che sia sempre corretta.
  • Manteniamo la spina dorsale dritta con una lieve tensione che ci permetta di mantenere la postura senza "sedersi" sulle lombari e senza far cadere in avanti o all'indietro la testa, che rimane allineata alla colonna vertebrale.
  • Abbandoniamo tutte le preoccupazioni della vita ordinaria: finalmente in questo momento non dobbiamo fare né raggiungere niente.
  • Cerchiamo di rimanere fermi nella postura durante tutto il tempo di Zazen.
  • Se proprio dobbiamo muoverci durante la seduta di Meditazione, prima facciamo gassho, poi sciogliamo la posizione cercando di fare meno rumore possibile per non disturbare la pratica degli altri.
  • Quando sentiamo di poter riprendere la postura, facciamo di nuovo gassho e rimettiamoci in posizione.
  • La fine del primo tempo di Zazen è scandita da due suoni di campana.
  • Facciamo gassho, sciogliamo lentamente le gambe massaggiandole e rimettiamo in forma il cuscino stando in Seiza.
  • Nell'inspiro premo i glutei sui talloni per aiutare la riattivazione della circolazione nelle gambe, nell'espiro mi sollevo premendo con le mani sullo zafu per ricompattarlo.
  • Ripetiamo per tre volte il movimento girando il cuscino in senso antiorario.
  • Posizioniamo di nuovo lo zafu con la banda bianca o nera rivolta verso l'interno dello Zendo e, assicurandoci di poterci reggere bene in piedi, alziamoci.
  • Girando sempre in senso orario, ci volgiamo verso il centro della sala e aspettiamo in sasshu che tutti si siano alzati.
  • Poi tutti insieme facciamo gassho e subito ci voltiamo di 90°, questa volta in senso antiorario.

Kin-hin

  • Un praticante dietro l'altro al suono dell'In-kin iniziamo la pratica di Kin-hin.
  • Si parte sempre con il piede destro: inspiro sollevo il piede, in espiro lo appoggio.
  • Si avanza di mezzo passo per volta, ciascuno secondo il proprio ritmo di respiro, senza però dimenticare che siamo tutt'uno con gli altri e con tutto l'universo.
  • Dunque avanziamo in modo armonioso cercando di lasciare un uguale spazio tra uno e l'altro, come fosse un solo corpo e una sola mente che avanza.
  • Nella Tradizione si dice fare sei passi nella lunghezza di un Tatami.
  • La schiena dritta, le spalle rilassate le mani nella posizione di sasshu, le cervicali estese, il mento leggermente rientrato verso il petto, lo sguardo sempre con un'inclinazione di 45° davanti a noi.
  • Quando arriviamo all'angolo della stanza giriamo con il piede sinistro esterno e ci voltiamo unendo i piedi.
  • Al passo successivo ripartiamo con il piede destro.
  • Se passiamo davanti al Buddha, senza sciogliere la posizione delle mani, inchiniamo leggermente la testa in segno di rispetto.
  • Kin-hin non è diverso da Zazen è semplicemente Meditazione in movimento.
  • E' l'essere totalmente qui e ora in ogni istante, uno con l'universo.
  • E' l'atteggiamento che dovremmo avere durante ogni attimo della nostra giornata.
  • E' ciò che viene chiamato Gyoji, l'esperienza della pratica senza sosta, attimo per attimo, che ci permette di trovare l'unità della propria vita con Zazen, con la Via, Do.
  • E' ciò che ci permette di condurre una vita senza separazioni, divisioni, compartimenti stagni.
  • E' grazie alla presenza totale, qui e ora, in ogni momento della pratica che si raggiunge l'unità corpo-mente.
  • Occorre semplicemente essere attenti, vigili e vigilanti.
  • Si procede camminando fino al suono dell'in-kin che segna la fine del tempo di Kin-hin.
  • Al rintocco, sempre in sasshu, uniamo i piedi e incliniamo leggermente la testa in avanti.
  • Subito riprendiamo a camminare partendo con il piede destro, stavolta con passo veloce fino ad arrivare davanti al proprio zafu.
  • Ci fermiamo in sasshu aspettando che tutti siano ritornati al proprio posto, quindi insieme facciamo gassho e ci voltiamo di 180° in senso orario.
  • Facciamo gassho rivolti verso la parete e ci sediamo di nuovo sullo zafu.
  • Ritroviamo la giusta postura e al terzo suono di campana dobbiamo già essere con le mani in hokkaijoin pronti per il secondo tempo di Meditazione.
  • La fine della seconda sessione di Zazen sarà scandita da quattro colpi di campana che segnano l'inizio della cerimonia dei Sutra.

Sutra

  • Al quarto colpo di t-kin facciamo gassho, poi di nuovo sciogliamo la postura e rimettiamo in forma lo zafu posizionandolo sullo zafuton nella parte verso il muro con la banda alla parete.
  • Poi ci alziamo e tutti insieme facciamo gassho rivolti verso il centro dello Zendo.
  • Saliamo con i piedi sullo zafuton e ci mettiamo in sasshu.
  • Quando arriva davanti a noi colui che distribuisce i Sutra si fa gassho, poi con le mani parallele, dorso rivolto verso l'alto, si prende il libretto dei Sutra.
  • Dopo averlo portato alla fronte, si mette a terra davanti a noi all'altezza del centro dello zafuton e si ritorna in sasshu.
  • Al suono dell'in-kin si allontana lo zafu verso il muro e si eseguono i San Pai, tre inchini.
  • Spostiamo leggermente di lato i Sutra in modo da non appoggiarci sopra la testa.
  • Alla fine del terzo inchino riposizioniamo il libretto davanti a noi.
  • Fare San Pai prima e dopo i Sutra non è una pratica facile da eseguire e certo non per l'aspetto della dinamica fisica, quanto per l'accettare, l'interpretare, il divenire tutt'uno con questa forma di pratica.
  • Fare San Pai con tutto il proprio essere significa veramente arrendersi, abbandonare a terra non solo la propria fronte, ma soprattutto il proprio ego.
  • E' la resa incondizionata all'universo, agli altri, a se stessi.
  • E' rendere omaggio al Buddha inteso non come divinità, bensì come totalità degli esseri, come l'uno che comprende tutto, come noi stessi Buddha, tutt'uno con l'intero universo, senza separazioni o divisioni.
  • Finito San Pai riposizioniamo il cuscino e sediamoci in seiza con lo zafu tra le ginocchia e le mani nel mudra hokkaijoin pronti a recitare i Sutra.
  • Anche questa pratica non è diversa da Zazen o da Kin-hin.
  • E' sempre una forma di Meditazione che unisce tutti in un unico essere.
  • Durante la recitazione dei Sutra non ha grande rilevanza la comprensione intellettuale del testo, ma importante è entrare nel suono delle parole e diventare esso stesso.
  • E' la forza della vibrazione nel suono delle parole che ci riporta ad essere uno con l'universo.
  • Se poi uno vuole, in altra sede, può approfondire lo studio intellettuale del testo.
  • Il libretto dei Sutra si tiene aperto davanti al volto con ambedue le mani con i pollici e i mignoli all'interno delle pagine e le altre dita all'esterno sulla copertina.
  • Ad ogni recitazione di Sutra si richiude il libretto, lo si porta alla fronte e si riposiziona davanti allo zafuton riprendendo il mudra di hokkaijoin.
  • Alla fine della cerimonia dei Sutra si eseguono di nuovo i San Pai, poi si raccoglie il libretto e ci si mette in piedi sopra lo zafuton, tenendo i Sutra con le due mani nello stesso modo in cui li avevamo presi.
  • Quando passa l'incaricato li appoggiamo sul vassoio, facciamo gassho e ci mettiamo in sasshu in attesa che tutti li abbiano restituiti.
  • Poi la campana suona tre volte: al primo suono facciamo sasshu, al secondo facciamo gassho rivolti verso il Buddha, al terzo facciamo sasshu e restiamo fermi in questa posizione.
  • Aspettiamo che esca per primo colui che ha condotto la Meditazione rispondendo con gassho al suo saluto prima di lasciare lo Zendo. Poi usciamo uno dietro l'altro a partire da quello più vicino alla porta, rivolgendosi sulla soglia verso l'interno dello Zendo facendo gassho e uscendo con il piede vicino allo stipite della porta.

NOTE

 

Dojo

luogo della Via: Do. Denomina generalmente il monastero buddhista o in particolare le sale dove si svolge la pratica. Qualunque azione dentro il dojo deve essere mossa da rispetto e attenzione e svolta in silenzio mentale.

 

Do

termine giapponese che traduce l’ideogramma cinese Tao, Via, e indica il percorso del Buddha verso l’illuminazione.

 

Zazen

meditazione seduta. Za: essere seduti fermi e stabili come una montagna. Zen: meditazione, comprendere l’essenza dell’universo. Zazen è la postura del corpo-spirito, cuore dello Zen. Sedersi semplicemente, senza scopo né spirito di profitto, sedersi e semplicemente essere presenti proprio qui, proprio adesso.

 

Zendo

Zen: meditazione Do: Via. Lo zendo è la sala di meditazione dove si pratica Zazen e si recitano i Sutra. E’ il luogo dove ci sediamo e manifestiamo noi stessi senza maschere e orpelli, per questo è un luogo dove ci muoviamo con silenzio e con rispetto.

 

Han

tavola di legno, che spesso contiene una scritta intagliata, appesa all’ingresso dello zendo, che viene colpita per indicare l’inizio di un periodo di Zazen.

 

Mudra

posizione delle mani e delle dita con una rilevante valenza simbolica.

 

Gassho

mudra che indica l’antico gesto dei "palmi delle mani uniti insieme", con la punta delle dita all’altezza degli occhi. Inclinandosi in avanti si abbassa leggermente il corpo ad accompagnare un gesto di saluto, una preghiera o un atto di devozione.

 

Sasshu

mudra delle mani con il pollice della mano sinistra piegato all’interno del palmo, le altre dita chiuse a pugno intorno ad esso. La mano sfiora il corpo all’altezza del plesso solare, appena sotto il petto. La mano destra con le dita serrate avvolge la mano sinistra e il pollice destro copre l’incavo del pugno sinistro.

 

Zafu

cuscino rotondo e rigido di velluto o di cotone, riempito di fibre naturali, tradizionalmente di kapok, sul quale ci si siede per la pratica di Zazen.

 

Zafuton

Tappeto di meditazione di forma rettangolare, riempito di cotone su cui viene appoggiato lo.

 

Posizione del loto

stare seduti con la schiena dritta, il piede destro appoggiato sulla coscia sinistra e il piede sinistro che poggia sulla coscia destra.

 

Posizione del mezzo loto

stare seduti con la schiena dritta con il piede destro che appoggia sulla coscia sinistra e il piede sinistro che poggia sotto la coscia destra.

 

Posizione birmana

stare seduti con la schiena dritta con una gamba piegata davanti all’altra, fig.6.

 

T-kin

campana in bronzo nero, martellato, appoggiata su un cuscino, battuta con un batacchio di legno foderato di stoffa, così da emettere suoni gravi.

 

Hokkaijoin

letteralmente "sigillo dell’oceano del Dharma". Mudra delle mani che si uniscono al centro dell’addome con i palmi rivolti verso l’alto. La mano destra sotto, la sinistra sopra, falangi sovrapposte, i pollici in linea retta che si sfiorano leggermente con le punte. Il taglio delle mani poggia 3-4 dita sotto l’ombelico in contatto con hara.

 

Hara

termine giapponese che indica la parte inferiore dell’addome che costituisce il cento di gravità del corpo umano. E’ considerato il centro energetico del nostro corpo. Nello Zazen diventa un centro di consapevolezza.

 

Shikantaza

Shikan: "niente altro che" oppure "con tutto il cuore", "incondizionatamente". Taza: sedere correttamente. Meditazione senza oggetto, praticata nella scuola Soto Zen. Zazen privo di elementi di sostegno quali il conteggio dei respiri o lo studio dei koan.

 

Satori

termine Zen che designa l’esperienza dell’illuminazione, della realizzazione; il risveglio alla verità cosmica, il risvegliarsi alla natura propria dell’uomo.

 

Seiza

posizione in ginocchio con i glutei appoggiati sui talloni, con il dorso di un piede appoggiato sulla pianta dell’altro, schiena dritta.

 

In-kin

piccola campana in bronzo liscio, fissata su un manico di legno laccato che, battuta con un’asta di metallo, annuncia l’inizio e il termine di una fase di Zazen.

 

Kin-hin

meditazione camminata a periodi di cinque o dieci minuti tra due sedute di Zazen.

 

Tatami

pannello di paglia di riso intrecciata e stagionata almeno un anno a forma rettangolare.I tatami posati secondo uno schema preciso formano il pavimento dello Zendo.

 

Gyoji

esperienza della pratica incessante 24 ore su 24 costituita dal portare presenza e consapevolezza totale e costante, qui e ora, in ogni attimo della giornata.

 

Sutra

libretto che raccoglie gli insegnamenti, del Buddha o di antichi Maestri, che vengono recitati ad alta voce con una cadenza a volte scandita dalla campana o dal mokugyo.

 

Mokugyo

tamburo in legno in origine a forma di pesce, oggi sferico, che accompagna nello zendo la recita dei Sutra. Dotato di un batacchio in legno foderato di stoffa è appoggiato su un cuscino.

 

San Pai

San: tre, Pai: inchini. Tre prostrazioni con la fronte al pavimento e i palmi delle mani alzati all’altezza delle orecchie, come a sostenere i piedi del Buddha.