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Letture lunedì

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3 Dicembre 2007

Tranquillità

di Dainin Katagiri Roshi

Tranquillità non significa inattività. In altre parole, la tranquillità non è qualcosa a cui aggrapparsi tenendosi lontano dalla società umana; deve essere qualcosa di vivo nella nostra vita. Se ci isoliamo completamente dalla società umana, dovunque andiamo la nostra vita non funziona. Andare a vivere nel cuore della montagna sembra un modo per raggiungere la tranquillità. Sembra che là possiamo gestire il nostro oggetto, le situazioni in cui ci troviamo, come più ci piace, ma in realtà non è possibile. Se la tranquillità che abbiamo non si esprime nel nostro vivere quotidiano, è una tranquillità separata, una forma limitata di tranquillità. Di conseguenza, si tradurrà in una mancanza di condivisione con la gente. Vogliamo tenerla solo per noi, perché è bella. Se siamo in casa nostra ci sembra bella perché nessuno ci disturba. Ma in realtà è proprio come una rana che nuota in una pozzanghera. Non è la vera condizione umana. Questa tranquillità deve avere alle spalle l'incondizionato; incondizionato significa la purezza, la gioia, la pace, il non contaminato e il non regredito della nostra vita quotidiana. Non regredire, non chiudersi in se stessi, significa perfetta stabilità, ossia sicurezza religiosa. Perciò la tranquillità deve avere alle spalle l'incondizionato, ovunque siamo. Allora la nostra vita si inscriverà veramente nell'universo, e non nella piccola scala dell' 'io'. Se la nostra vita si inscrive nella piccola scala dell'io, non possiamo avere tranquillità, e naturalmente saremo irritati e irrequieti. Vogliamo uscire e fare tante cose nuove. E' strano, ma in fondo c'è sempre un senso di irritazione e di irrequietezza. Non è fede. Non è il conforto religioso. La certezza religiosa. Il conforto religioso, la certezza religiosa, è non regredire; dovunque andiamo non c'è nulla che ci fa ritirare in noi stessi. La fede c'è sempre. Allora naturalmente, potremo capire cos'è la vita umana. (...)
Nel Buddismo fede significa credere nella perfetta tranquillità, il che vuol dire credere in qualcosa di più grande della mera concettualizzazione. La sviluppiamo gradualmente ascoltando l'insegnamento del Buddha e mettendolo in pratica. (...)
Se crediamo in questa tranquillità e la pratichiamo, diventa viva nella nostra vita, e la nostra vita si riempie naturalmente di gioia e di pace, e possiamo condividerla con gli altri perché sappiamo vivere con la gente. Allora la liberazione religiosa, la certezza religiosa, sarà molto forte, ovunque andiamo. A volte però, se ci guardiamo intorno e vediamo quante ingiustizie esistono nel mondo umano, ci viene spontaneo domandarci perché dobbiamo praticare per creare un mondo di pace. Ci sembra una cosa inutile. Ma non appena ce lo domandiamo, immediatamente non facciamo altro che perdere la tranquillità. Non dovremmo perdere questa tranquillità in mezzo alle miserie del mondo umano. Dobbiamo rimanere tranquilli e condividere la nostra vita con la gente. Non dovremmo ritirarci dal mondo, ma costantemente ascoltare, contemplare e praticare l'insegnamento del Buddha. Alla fine potremo raggiungere il nocciolo della vita umana. Annuiamo, semplicemente, e diciamo "Si, è giusto". Allora la comprensione scaturisce dal nostro cuore, e non può che aiutarci ad amare tutti gli esseri. Questa è la fede. E' esprimere il più profondo apprezzamento per la vita umana, ed è anche trasmettere questo profondo apprezzamento alla generazione successiva.