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Letture lunedì

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11 Dicembre 2006

Kusen "Non operare distinzioni" tema di Pratica 2007

di Iten Shin-nyo

Per capire lo Zen la prima cosa che si deve fare è lasciar cadere ogni nostra costruzione mentale sullo Zen. E tra tutto ciò che alberga turbolento nella nostra mente abbandonare ogni qualsivoglia congettura sullo Zen.
Seduti in Shikantaza lasciar cadere corpo e mente: questa è la nostra pratica.
Non duale, non due non uno: già l'esprimere la nostra personale verità sullo Zen, come su qualsiasi altra cosa, il solo pensarne, ci allontana irrimediabilmente dal concetto stesso, dalla verità così com'è. Come recita lo Shin jin mei di Kanchi Sosan:
"La Grande Via non è difficile
per coloro che non hanno preferenze.
Quando amore e odio sono entrambi assenti
tutto diventa chiaro e manifesto.
Ma fai la più piccola distinzione
e cielo e terra sono separati."
C'è un unico modo per capire: inginocchiarsi, abbandonarsi, dimenticare il proprio ego, andare oltre, uno con la pratica, uno con l'intero Universo.
Non c'è uno Zen o un non-Zen. Non esiste uno Zen d'Oriente o uno Zen d'Occidente, uno Zen rigoroso o uno Zen addomesticato: Zen è Zen, senza niente aggiungere, senza niente togliere.
Come dice Dogen Zenji non esiste un buono Zazen o un cattivo Zazen: Zazen è Zazen.
Penetrare l'essenza dello Zen non significa spogliarlo della sua forma originaria, della sua tradizione.
Non facciamo come Enyadatta che andava in giro lamentandosi con tutti perché sosteneva di aver perduto la propria testa. Non mettiamo un'altra testa sopra la nostra testa. Semplicemente siamo, semplicemente pratichiamo, semplicemente facciamo in ogni attimo ciò che c'è da fare, né più né meno, senza giudizi, senza discriminazioni, senza separazioni.
Abbracciamo la vacuità e rinunciamo all'illusione di un ego totalizzante e indipendente.
C'è una scuola, c'è una tradizione, c'è una regola. Pensare che libertà sia l'equivalente di non-regola è l'illusione del nostro ego. Pensare che le regole ci intralcino, ci inibiscano o ci comprimano, è di nuovo un'illusione creata dalla nostra mente discriminante, molto molto distante dall'insegnamento del fondatore della nostra scuola Soto Zen, Dogen Zenji: "Conoscere se stessi è abbandonare se stessi, abbandonare se stessi significa riconoscersi in tutte le esistenze."
Senza imporci o essere arroganti dobbiamo metterci al posto degli altri e apprendere a dialogare con loro per quello che sono. Nella nostra vita quotidiana nel relazionarci in famiglia, con i colleghi di lavoro, con gli amici o con gli appartenenti al sangha, dobbiamo ricordare e soprattutto profondamente comprendere che la vita degli altri non è mai separata dalla nostra e che il loro posto come il nostro, è il posto Universale in cui tutti gli esseri senzienti sono perfettamente collocati.
Se continuamente, ad ogni occasione, ad ogni circostanza, vogliamo per forza far valere il nostro punto di vista e ci arrocchiamo sui nostri concetti e preconcetti senza ascoltare e fondersi con il suono della vita, non riusciremo mai a penetrare la Verità Ultima. Finchè continueremo a vivere in antagonismo e in giudizio continuo con mente discriminante verso il mondo che ci circonda, vivremo con grande fatica e sofferenza, senza riuscire ad apprezzare la gioia della vita nel ritmo armonioso dell'Universo.
Dogen Zenji nel Tenzo Kyokun, Istruzioni ad un cuoco Zen, dice: "Giorno e notte lasciate che tutte le cose dimorino nella vostra mente. Fate che la vostra mente e tutte le cose agiscano insieme come un tutt'uno."
E' con questo spirito di accoglienza e di ascolto, con questo sguardo amorevole e compassionevole che vi invito ad affrontare il Nuovo Anno di pratica.
Impegniamoci affinché l'anno che verrà sia per tutti noi un anno di incontro profondo con la nostra Via, con noi stessi e con tutto il sangha, all'insegna di un'apertura di mente e di cuore che ci porti ad andare incontro l'un all'altro senza dualismi, senza competizioni, senza rivalità.
Il Buddha ci ha insegnato come tutti siamo interconnessi e tutti manifestiamo la stessa sorgente primaria, che siamo in grado di contattare in qualunque momento riusciamo ad abbandonare il nostro egoismo e il nostro individualismo.
Per fare questo non ci serve una comprensione intellettuale, ma intuitiva, non si tratta tanto di capire un concetto, ma abbandonando corpo e mente avere un'intima comunicazione con la nostra Buddhità, aprire completamente il nostro cuore.
Questa visione di una medesima origine presente nell'intero Universo ci rende partecipi della vita presente che vive in noi, in ogni essere senziente, in ogni essere vivente, in ogni cosa.
Se veramente riusciamo a vedere il mondo così com'è non possiamo che vivere con umiltà, nello spirito di ringraziamento, assaporando il dolce nettare del Dharma.
Senza operare distinzioni, non aggrappandosi a nessuna particolare condizione, rinnovati in ogni respiro, qualsiasi cosa accada continuiamo a piantare nuovi semi nella Via del Buddha, armonizzandoci al mondo che ci circonda.