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Letture lunedì

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13 Marzo 2006

La rinuncia

tratto da "Zen Quotidiano, Amore e Lavoro" di Charlotte Joko Beck

Suzuki Roshi ha detto che: "La rinuncia non consiste nel lasciare le cose di questo mondo, ma nell'accettare che se ne vadano". Tutto è impermanente, prima o poi se ne va. La rinuncia è la condizione di non attaccamento, l'accettazione del fatto che le cose se ne vanno.
L'impermanenza, è di fatto, un altro nome per "perfezione". Le foglie cadono, si accumulano i prodotti della decomposizione, da questi rinascono i fiori e le foglie: cose che sentiamo come piacevoli. La distruzione è necessaria. Un incendio nel bosco può essere necessario, e a volte il nostro intervento può rivelarsi controproducente.
Senza distruzione non può prodursi la nuova vita, non può manifestarsi la sua meraviglia, il continuo mutamento. Dobbiamo vivere e morire. Questo processo è perfezione.
Il cambiamento non è precisamente quello che vorremmo vedere, [...] così rifiutiamo di vedere la verità, rifiutiamo di vedere la vita. La nostra attenzione è altrove: sul campo di battaglia delle nostre paure, tanto su di noi che sulla nostra vita. Per vedere la vita dobbiamo prestarle attenzione. Ma ci interessa poco, siamo impegnati nella lotta per conservarci in eterno. Battaglia futile e angosciosa, che ovviamente non vinceremo. Vince sempre la morte, il " braccio destro" dell'impermanenza.
Pretendiamo dalla vita che gli altri riflettano la nostra gloria. Pretendiamo che il nostro compagno ci dia sicurezza, ci faccia sentire meravigliosi, ci procuri ciò che vogliamo, ci protegga dall'ansia. Ci circondiamo di amici per smussare la paura, la paura di non esserci più. Ma non vogliamo vedere tutto ciò. La cosa buffa è che i nostri amici non si lasciano ingannare, vedono molto bene che cosa facciamo, per il semplice fatto che fanno la stessa cosa anche loro. Il nostro sforzo di essere al centro dell'universo è anche il loro. E la battaglia procede sempre più furiosa, siamo freneticamente occupati. Poi constatata l'impossibilità di vincere la battaglia cerchiamo la pace in false forme religiose. E' una carota che si fa pagare. Cerchiamo disperatamente qualcuno che ci assicuri: "Tutto benissimo, tutto ti andrà nel modo migliore". Anche nello Zen cerchiamo di accantonare la pratica genuina, per ottenere per ottenere quella famosa vittoria personale. [...]
Ma se praticate seriamente lo Zen è molto sottile: a poco a poco, quasi nostro malgrado, si fa sempre più forte l'interesse per la realtà della pratica in contrapposizione alle nostre idee su quello che dovrebbe essere. La pratica si rivela il luogo in cui i miei desideri di immortalità privata, di lustro personale e di controllo sull'universo si scontrano con ciò che è. [...] Una buona pratica ci rende consapevoli dei nostri sogni, e non lascia inavvertito nulla di quanto accade nella sfera fisica e mentale. Non solo dobbiamo essere consapevoli della rabbia, ma delle nostre razioni alla rabbia. Se la reazione resta la livello inconscio, non possiamo vederla né abbandonarla. Ogni reazione di difesa (e ne abbiamo una ogni cinque minuti) è un invito alla pratica. Lavorando con i pensieri e le sensazioni fisiche che si accompagnano alla reazione ci apriamo alla completezza. In una pratica corretta si abbandona l'atteggiamento egocentrico (l'intrappolamento nelle reazioni personali) per diventare sempre più il canale dell'energia universale, l'energia che muta l'universo milioni di volte al secondo. Nella nostra esperienza la chiamiamo impermanenza. [...] Il primo e più forte ostacolo è dato dalla mancanza di consapevolezza delle resistenze che opponiamo alla pratica, resistenze che tendono a permanere fino alla morte definitiva dell'io personale. Sono un Buddha è privo di resistenze, e non credo che tra gli uomini ci siano dei Buddha. Fino alla morte abbiamo resistenze che dobbiamo portare alla coscienza. Un grande ostacolo però è dato dalla mancanza di sincerità sul nostro stato d'animo momento per momento. E' difficile ammettere: "Sto facendo il vendicativo", "Sto facendo il punitivo", "Sto facendo l'ipocrita". E' una sincerità scomoda ma dobbiamo essere consapevoli di tutto ciò che succede dentro di noi. Dobbiamo accorgerci che stiamo inseguendo ideali di perfezione invece di vedere le imperfezioni. [...]
Una pratica intelligente lavora in fondo con un'unica cosa: la paura fondamentale dell'esistenza, la paura di "non essere". E' ovvio che io non sono, ma è l'ultima cosa che voglio sapere.
Io sono l'impermanenza espressa in una forma umana in rapido cambiamento, che però appare come stabile. Ho il terrore di conoscermi come un campo di energia in veloce trasformazione. Non voglio essere questo. Ecco perché la pratica lavora con la paura che si esprime nell'incessante attività di pensare, speculare, analizzare e fantasticare. Con questa attività vogliamo stendere uno spesso manto protettivo che ci dà una salvezza immaginaria. La vera pratica è tutt'altro che protettiva. Ma non è questo che vogliamo e continuiamo a martellarci nel tentativo febbrile di realizzare il nostro sogno personale; comportamento ossessivo che crea un'altra barriera tra noi e la realtà . Il trucco sta nell'usare un riflettore impersonale e vedere che le cose sono così come sono. Semplicemente viviamo e, morendo, semplicemente moriamo. Nessun problema.