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Letture lunedì

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17 Aprile 2006

Kusen "Zen e religione, Zen e laicità"

di Iten Shin-nyo

Si fa un gran parlare di Zen come religione e Zen come possibilità di Pratica laica.
Fermo restando che lo Zen, per definizione, nel suo ampio respiro di non giudizio e non discriminazione lascia spazio a qualsiasi approccio, spesso rimane questo nodo da sciogliere quanto alla possibilità di una Pratica onesta nelle due configurazioni.
Facciamo un esame oggettivo della questione. La prima cosa che si dice dello Zen è che non se ne può parlare ma solo farne esperienza diretta, perché comunque se ne parli o si cerchi di definirlo, come qualsiasi altra Realtà finiamo per allontanarci dalla sua Verità ultima, in quanto la volontà stessa del cercare ci allontana da ciò che è.
Anche se questa asserzione può sembrare la solita provocatoria e contraddittoria affermazione da Maestro Zen, di fatto, giorno dopo giorno, seduti in Zazen sperimentiamo sempre più profondamente la Verità di queste parole.
Quanto al concetto di religione credo che sotto questo termine si raggruppino realtà molto diverse tra loro: da una parte il sottoinsieme delle religioni monoteistiche come il Cristianesimo, l'Islamismo, l'Ebraismo, cioè le religioni rivelate, dall'altra il sottoinsieme dove compaiono realtà come il Buddhismo, che è una religione risvegliata, in quanto nasce direttamente dal risveglio del "vero Sé".
Soprattutto lo Zen, che è l'espressione più sfrondata e più ridotta del Buddhismo stesso, incarna piuttosto un concetto filosofico, etico, un modo di essere, una maniera di vivere, che non un credo religioso come lo intendiamo noi occidentali.
Il famoso detto "vivere Zen" in questi tempi inflazionato e distorto dai mass-media, perché fa tendenza, fa moda, credo sia la miglior risposta alla consonanza tra Zen e laicità.
Come praticanti abbiamo esperienziato che quando ci fermiamo e scendiamo nel nostro silenzio interiore contattando la vacuità e semplicemente stiamo in quello spazio che è dentro di noi, lì incontriamo l'eco di cosa sia realmente "vivere Zen".
Altro non vorrei aggiungere se non il constatare come per andare in chiesa non sia richiesto essere preti o volerlo diventare, essere buoni cristiani, riconoscere l'autorità papale, essere battezzati.
Non vedo perché per praticare Buddhismo Zen a livello laico, cioè in una dimensione spirituale che integri e sostenga il nostro quotidiano, si debba necessariamente riconoscersi appartenenti a quella fede religiosa, o seguire un Maestro.
Altri sono i requisiti richiesti per praticare Zen secondo un indirizzo religioso per coloro che si riconoscono appieno nella fede Buddhista e perseguono la Via del Bodhisattva.
Sicuramente esistono diversi livelli di Pratica con conseguenti stadi di coinvolgimento ed approfondimento ma tutti ugualmente validi e corretti. C'è infatti chi ricerca nello Zen una Pratica religiosa, chi una Pratica totale o solamente un serio cammino spirituale e chi semplicemente una Pratica meditativa di ascolto e di incontro profondo con se stesso.
C'è dunque grande capienza per tutti, anche in considerazione del fatto che lo Zen ci esorta al non-dualismo, a non mettere etichette, a non giudicare, insegnandoci che proprio la nostra mente discriminante, il nostro continuo distinguere ciò che ci piace e non ci piace, è giusto o sbagliato, è buono o cattivo, è la fonte primaria della nostra sofferenza.
Quando riusciremo ad avere una visione più ampia, abbracciando la nostra Mente universale e non come di consuetudine il nostro piccolo sé, sapremo vedere il mondo così com'è e conseguentemente pacificarci con ciò che ci circonda.
Quanto all'uso di quelle che alcuni definiscono "pratiche religiose" quali la recita dei Sutra o gli Inchini rivolti al Buddha, di fatto sono principalmente parti integranti di un rituale. In quanto tale possiamo permetterci di accoglierlo così da poterlo vivere sulla nostra pelle e poi trarne le conclusioni che sentiamo essere per noi valide; oppure scegliere di viverlo come una sovrastruttura, un'imposizione e allora forse sotto questa forma avrà più senso non praticalo. Oppure ancora senza troppo domandarsi "semplicemente praticarlo" per penetrarne il vero significato.
Personalmente ritengo che queste espressioni della nostra Pratica siano quello che nel Buddhismo viene denominato "mezzo abile" cioè un veicolo per arrivare a liberare la mente dai suoi lacci e dal rumore dei pensieri ed aiutarci ad aprire l'Occhio della Verità.
Ricordiamo tra l'altro come i Sutra non siano preghiere ma gli insegnamenti del Buddha e dei grandi Maestri.
Quando pratichiamo Rai-Hai, gli inchini con la testa a terra, non ci prostriamo davanti a Buddha come ad una divinità né al Buddha storico per incensarlo o venerarlo ma al Buddha che è presente in ciascuno di noi. Soprattutto il toccare terra con la fronte ci richiama e ci insegna ad abbandonare con umiltà e cuore aperto la nostra piccola mente, il nostro ego, per aprirci alla Grande Mente, alla Mente del Buddha, che permette al nostro Vero sé di manifestarsi in armonia con tutto ciò che ci circonda, Uno in risonanza con l'intero Universo.
Rai-Hai è anche manifestazione di ringraziamento incondizionato e il primo passo nello spirito religioso della Via.
Come abbiamo visto esistono dunque più forme di lettura di una "medesima Pratica" e l'una non esclude necessariamente l'altra, se l'intenzione con cui viene svolta è autentica. Credo fermamente che ciascuno di noi, attraverso la propria esperienza diretta, non con l'attività speculativa dell'intelletto, possa trovare la sua personale risposta alla voce dello Zen che risuona nel proprio cuore che altro non è se non la motivazione stessa, il fuoco che lo induce a praticare Zen.