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Rilessione sulla visita del Maestro

2 novembre 2005

Sono cinque anni, che frequento il Sangha di Shin-nyo-ji, ho vissuto parecchi dei suoi momenti, spesso coinvolgendomi in maniera anche sbagliata, altre volte in maniera gioiosa e condivisa; purtroppo, come spesso accade, confondendo l'insegnamento della Via con i limiti e le caratteristiche umane di chi segue la Via e pur "manifestando" la propria natura umana si sforza di proseguire lungo questo percorso,e non guardando i miei limiti e mancanze.

Ogni lunedì e giovedì ci sono dei praticanti che si siedono su dei cuscini e si sforzano di praticare la Via, non è semplice, spesso confondiamo le nostre "cose", quelle che ci frullano in testa, con quello che si suppone debba essere il comportamento di coloro che praticano una Via qualunque essa sia, un monaco dovrebbe essere così, un praticante dovrebbe comportarsi cosi, ma in realtà ognuno di noi è un essere umano e come tale ha una sua natura.

Ogni seria pratica, qualunque essa sia, Zen, Karate e cosi via, non ha il potere di cambiare,ma di trasformare; la 'natura delle "cose" non la si può cambiare,la si può comprendere profondamente, e solo con la comprensione profonda possiamo trasformarci,i comportamenti delle persone non sono esenti da errori e cadute, ma se si decide di camminare in un percorso di trasformazione è nostro dovere comprendere e sostenere tutte le persone.

La meraviglia dello Zen è la comprensione.

Questo semplice "concetto" è di per sé un grandissimo insegnamento; frequentando il Tempio e Tatami di Dojio ho capito che la comprensione è l'elemento necessario, imprescindibile, per camminare in una Via di trasformazione. La comprensione è quell'elemento che ci permettere di compiere le giuste azioni nel relazionarci con gli altri e ci permette di comprendere e accettare la nostra "natura" con tutti i difetti e pregi ed iniziare la nostra trasformazione.

La comprensione intesa in questi termini non è un concetto o una formula accademica, filosofica o comunque una cosa di natura concettuale; è un "sentire", uno schiudersi, un aprire il proprio cuore o forse meglio, un affidarsi completamente senza riserve all'amore.

Durante gli incontri con i monaci Zen a cominciare dal Reverendo Hayashi, il monaco Giko, il Reverendo Sekkei Harada Roshi, il Reverendo Miyagawa, il Reverendo Imamura Roshi, per finire con il Maestro e referente nel lignaggio Ryushin Azuma Roshi, ho avvertito molto distintamente l'insegnamento dell'amore, della comprensione, non intesa come compassione (all'occidentale), ma la distinta comprensione della "natura umana", nata da una intensa vita nel Dharma.

Raramente ho percepito questa sensazione precisa, in particolare modo nel mondo delle Arti Marziali, dove l'acquisizione di gradi o titoli è forviante e interpretato come un punto d'arrivo del quale vantarsi o farne uso come piccolo "blasone" personale, senza rendersi conto che invece se male interpretato è un ulteriore ostacolo per la nostra pratica della Via, un ulteriore carico sulle spalle della nostra piccola mente.

Un grande Maestro Zen, Takuan Soho, in uno dei suoi saggi scrive alla domanda di dove va posta la mente durante il combattimento con la spada:

"Se si pone la mente nell'azione del corpo dell'avversario, la mente ne rimarrà soggiogata, se si pone la mente nella spada dell'avversario la mente ne sarà soggiogata, se si pone la mente nelle intenzioni di quali saranno le mosse dell'avversario la mente ne sarà soggiogata, se si pone la mente nell'intenzione di non essere colpiti la mente ne sarà soggiogata, se si pone la mente nella posizione del corpo del mio avversario la mia mente ne sarà soggiogata; il significato di questo è che non vi è luogo dove porre la mente".

Non ha importanza dove si mette la mente in ogni luogo la si voglia mettere questa ne rimarrà soggiogata. Se non la porremo in alcun luogo essa permeerà ogni luogo del corpo estendendosi per tutta la sua interezza, in questo modo quando entrerà nella mano essa guiderà le azioni della mano, quando entrerà nel piede realizzerà le azioni del piede, quando entrerà nell'occhio compirà le funzioni dell'occhio.

Quindi mettere la mente sui comportamenti di una persona o di un altra crea immediatamente una gabbia per la nostra mente che ne rimarrà soggiogata impedendoci di continuare nella nostra "corretta" pratica allontanandoci da essa, perdendo la "vista complessiva" della nostra pratica e focalizzando la nostra attenzione su quello che secondo noi deve essere o dovrebbe essere, rifiutando la nostra natura umana e allontanandoci dalla comprensione di noi stessi e degli altri.

Gassho

Antonio Aoi Ryù

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