I suoni nello Zen

Intraprendere un percorso che contempli una pratica meditativa porta induttivamente a cambiare il tipo di ascolto sia dentro di noi, che verso il mondo che ci circonda, in special modo nel Buddhismo Zen Soto dove la meditazione è silente. La nostra disciplina si basa infatti sulla pratica di Shikantaza, dove Shikan vuol dire “con tutto il cuore, incondizionatamente”, oppure “nient’altro che” e taza significa “sedere correttamente”. Dunque manifestare con semplicità la propria vita al di là di dualismi, giudizi e discriminazioni: “semplicemente sedersi con tutto il cuore”, sedersi sul cuscino di meditazione in silenzio e semplicemente essere, manifestarsi.
Un’azione estremamente semplice, essenziale, ma che di fatto diviene qualcosa di sorprendente nel mondo attuale, nel nostro modo di vivere di tutti i giorni. E’ davvero qualcosa di unico, di contro-corrente rispetto ai ritmi frenetici della nostra vita abituale, al vivere circondati, immersi, in un rumore di fondo continuo, distratti e catturati da suoni ingerenti, invasivi e da sollecitazioni visive che ci diseducano all’ascolto profondo.
Quando riusciamo a fare pausa dal rumore che ormai costantemente ci accompagna come una seconda pelle, ecco che rivalutiamo e rimettiamo a punto tutto il patrimonio acustico che ci circonda.
Sicuramente passare ore e ore in silenzio, seduti su un cuscino guardando un muro bianco, cambia la ricettività dei suoni intorno a noi: diventiamo più sensibili, più in risonanza con le vibrazioni che ci pervengono. Anche il modo di esprimerli verbalmente cambia: non diremo più “il rumore del vento e della pioggia”, bensì “il suono del vento, il suono della pioggia”. E questo salto percettivo è la trasformazione tangibile del nostro esserci armonizzati al mondo circostante. Al tempo stesso anche quelli che sono dichiaratamente rumori ci arrivano in modo più netto e invasivo. Qui subentra un altro aspetto della nostra pratica che è il vedere il mondo così com’è in una visione non-duale. Dogen Zenji nel Bendowa “Il cammino religioso” composto nel 1231 dice: “Ogni cosa canta la verità senza aggiungere nulla”. Dunque ogni cosa ha una sua ragione di essere e esprime se stessa. Così anche davanti a un rumore fastidioso dovremmo essere in grado di semplicemente non entrare in contrasto con esso, rispettando l’armonia cosmica dove tutto è compreso e ha il suo giusto posto, la sua ragione di essere.
Ci sono molte forme di ricerca di quiete. Oggigiorno c’è sempre maggior richiesta e bisogno di calma, così molte persone scelgono una loro pratica meditativa che può essere: la corsa, la lettura, l’ascolto della musica, o il coltivare un qualsivoglia hobby che riposi la mente indirizzandola verso una forma di concentrazione. Notiamo come, in una simile ricerca, venga lasciata quasi sempre accesa l’attenzione su un senso in particolare, che funziona poi da veicolo stesso, come ad esempio il suono delle parole o delle note musicali; o come venga privilegiata una specifica attività fisica. La nostra pratica prevede una postura ferma, immobile, e un ritorno al silenzio interiore in un ascolto rivolto all’intorno a trecentosessanta gradi.
Nello Zen si parla di silenzio inteso come quel non-suono che comprende l’ascolto di tutti i suoni. Non è possibile definirlo intrinsecamente a parole, ma difatti è una vastità senza fine, come acqua sorgiva che incessantemente sgorga dalla madre terra. Per capire esattamente di cosa si tratta non c’è altro modo che “contattarlo” direttamente, sperimentarlo personalmente. Come spesso è nella nostra Tradizione non si spiega più di tanto, non si analizzano concetti, non si teorizzano enunciati. Di quello che Buddha Shakyamuni, il Buddha storico, ha sperimentato sotto l’albero della Bodhi, ciascuno di noi individualmente deve fare esperienza diretta e in questo caso specifico toccare la verità di questo non-suono. Nel modo di sentire e di esprimere la pratica Zen c’è sempre un richiamo al suono: “Toccare le corde del cuore è il senso puro dell’esperienza” non è solamente un’espressione idiomatica riportata in linguaggio poetico, ma è il modo stesso di intendere e trasmettere i fondamenti della pratica. Dogen Zenji, il fondatore della nostra Scuola, così scrive nel Bendowa“Quando si è fondamentalmente se stessi, assimilati alla Natura così com’è, allora non vi è neppure frattura tra “me” e “altro da me” e questo insieme armonico non ha sosta neppure per un istante. Per questo, l’essere in zazen è l’unione con ogni modo di essere, l’unione con tutto il tempo; al proprio zazen è unita l’eternità detta passato presente e futuro. Di conseguenza il momento presente e l’eternità, l’essere che sono e tutto il resto, non si distinguono; all’interno di questo zazen compaiono esistendo insieme. Questo non si limita al momento in cui facciamo zazen. Come ad un colpo dato ad una campana il suono vibra senza interruzioni per l’aere, così pure, anche prima di essere colpita, la campana, semplicemente essendo una campana, emette il suo suono. Allo stesso modo, in ogni aspetto della vita di colui che fa zazen continua a farsi sentire un limpido suono.” Dogen Zenji ci insegna ad entrare in risonanza con il mondo che ci circonda, in comunione con tutte le cose, accogliendole nella nostra mente, diventando uno con esse. Allora tutte le cose si apriranno e cominceranno a parlarci così che potremo udirne costantemente il loro suono. Affinché questo avvenga dobbiamo abbandonare la visione dualistica di “me” e “altro da me”, nella dicotomia soggetto-oggetto. Allora anche quando in zazen ci arriverà un suono, di qualsiasi valenza, non ci creerà più disturbo, perché non lo vivremo più come qualcosa scisso da noi, ma facente parte della nostra stessa natura, avente la nostra stessa origine in quel non-suono da cui tutto proviene. In questo ascolto profondo e intimo riusciremo anche a sentire quella che nello Zen viene chiamata “la voce senza voce del mondo”. Non è una voce che possiamo udire attraverso le nostre orecchie, non ha valenza negativa o positiva: sono le grida dell’umanità. Che viviamo un successo o un fallimento la nostra vita grida e se durante lo zazen riusciamo a scendere profondamente nel silenzio del nostro cuore possiamo udire questa “voce senza voce”. Se viviamo nel “qui e ora”, con consapevolezza, possiamo sentire queste urla. Sono le stesse cui dà ascolto il Bodhisattva Avalokiteshvara il cui nome significa appunto: “Colui che dà ascolto alle grida del mondo”, che è la personificazione della compassione infinita di tutti i Buddha.
Nell’iconografia buddhista è spesso rappresentato con undici volti, che gli permettono di mantenere prospettive e atteggiamenti molteplici, utili alle diverse tipologie degli esseri, e con mille braccia, che rappresentano la pratica dei mezzi abili, upaya, il compassionevole aiuto prestato agli esseri in qualunque modo utile a loro, con l’uso di qualunque strumento disponibile. Riportato nella nostra pratica quotidiana, compassione è stare seduti in zazen e dare ascolto alla sofferenza del mondo che è “la voce senza voce”, “il grido senza grido”, che proviene dal profondo della vita umana e che noi stessi alimentiamo ogni giorno facendone esperienza diretta. Tutti noi quotidianamente attraverso un pensiero, una frase, un’azione, manifestiamo, rendiamo vive le grida di dolore dell’umanità. Così vivere praticando la compassione equivale a restare in contatto con questa sofferenza, aprendo il nostro cuore al dolore degli altri. Ascolto profondo, rivolto non solamente al dolore che può scaturire da una malattia o da un accadimento contingente della vita, ma anche a qualcosa di più sottile che è quella specifica sofferenza insita nella stessa esistenza umana.

Nani yue zo kayu
susurunimo
namidagumi.

Come mai
vi vengono le lacrime agli occhi
anche quando sorseggiate la ciotola di kayu?

Mukai Kyorai

Il suono nella Tradizione Zen è sempre un elemento di grande rilievo, anche se non così evidente: va saputo “cogliere”, ascoltare, e prenderne coscienza. E’ spesso il tema chiave di un koan, frase senza senso, rompicapo, che i maestri assegnano ai loro discepoli come esercizio di pratica. Il koan deve essere risolto fornendo una soluzione non concettuale, non logica, ma intuitiva. Tra i più famosi: “Clap! Se questo è il suono di due mani che battono insieme: qual è il suono di una mano sola?” oppure: “Ferma il suono della campana del tempio lontano”. Forse il più noto è il koandel mu (il vuoto, la vacuità), che viene enunciato a tutta voce dai maestri durante le sesshin (ritiri intensi di meditazione) o nei dokusan (colloqui individuali con il maestro) facendo sobbalzare i praticanti, ma che di fatto ha la forza di un’onda dirompente che si infrange sulla mente del discepolo, spazzando via illusioni e impurità. L’allievo in addestramento deve ripetere continuamente questo suono fino a diventare lui stesso il koan, penetrandone l’essenza profonda e riportando al maestro il risultato raggiunto attraverso la sua comprensione non concettuale.
Parlando della presenza del suono nell’ambito della pratica possiamo osservare come i tempi nei monasteri Zen siano scanditi dai suoni degli strumenti che ne segnano l’inizio e la fine.
Quando sono nel tempio di Daijoji in Giappone ogni giornata inizia con la sveglia, alle quattro della mattina, data da un monaco che attraversa tutto il monastero di corsa suonando una campanella. Successivamente si sente il primo suono del moppan (tavola in legno percossa da un batacchio) e dopo breve tempo il secondo, che annuncia l’accesso alla sala di meditazione. Si sentono poi i colpi di taiko (il grande tamburo) accompagnati da quelli di obonsho (la grande campana) che scandiscono l’inizio della pratica. Un nuovo tocco di moppan avvisa l’ingresso del Maestro nella sala di meditazione. Tre colpi di daikei (la campana di media grandezza) comunicano l’inizio dello zazen, più tardi il suono di shokei (la piccola campana) chiama i monaci a indossare l’okesa, l’abito del Buddha. Per tutto il tempo della meditazione il taiko, in lontananza, suona a intervalli definiti per ben cento otto volte. Un ultimo colpo di daikei indica la fine dello zazen. C’è poi una pratica recitativa specifica facente parte del rito della meditazione che è la lettura dei sutra, in giapponese okyo, antichi testi contenenti gli insegnamenti dei Buddha e dei Patriarchi.
Questa pratica è spesso accompagnata dal suono di strumenti come durante la recitazione del testo fondamentale nella nostra Scuola che è il Maka-hannya-haramitta-shingyo, il “Sutra del cuore della perfezione della grande saggezza”. Tradotto circa nell’anno 650 da Hsuan-chuang in duecentosettanta caratteri cinesi, è un compendio di sutra affini come il “Grande sutra della prajnaparamita”, un’opera enorme che amplifica il tema della saggezza per ben seicento volumi.
La sintesi di questo sutra è stata così strutturata non solamente per facilitarne l’interpretazione e la lettura intellettuale ma anche, e forse maggiormente, per il potere vibrazionale che la recitazione stessa emana in quella specifica stesura. Si dice infatti che l’Hannya-shingyo abbia un suono molto potente a livello energetico e una capacità intrinseca di purificare e svuotare la mente. Tra tutti i suoni, che accompagnano lo svolgimento della pratica Zen, quello che più caratterizza e identifica la nostra Tradizione è sicuramente il suono prodotto dal colpo del kyosaku. E’ un bastone in legno, che riporta spesso su un lato una frase calligrafata e la firma dell’autore e sull’altro la data di realizzazione e il tempio di appartenenza. Il termine kyosaku viene tradotto come “bastone del risveglio” oppure “bastone del Buddha”. Durante lo zazen c’è sempre un monaco che, impugnando il kyosaku, gira alle spalle dei meditanti – seduti lungo il perimetro della sala con la faccia rivolta verso il muro – e all’occorrenza, o su richiesta personale, dà un colpo di kyosaku ai praticanti. E’ un colpo secco, ben preciso, e il bastone deve battere su un punto specifico alla base del collo, detto tsubo (centro energetico importante anche in agopuntura e nel massaggio shiatsu). La riattivazione di questo punto del corpo diviene una sorta di risveglio energetico per il praticante. Ebbene, il colpo di kyosaku ha un suono inconfondibile, che evoca immediatamente in chi lo riceve il senso più profondo della pratica Zen. Se il meditante sta vivendo un momento di torpore si sveglia immediatamente, se al contrario vive un momento di agitazione si calma all’istante. Generalmente chi lo riceve ne ricava un gran beneficio ritrovando concentrazione e presenza mentale, necessarie a continuare una corretta meditazione. Ritornando alla presenza dei suoni nella vita del tempio, rileviamo che anche durante la giornata ogni attività è annunciata dal suono di uno strumento. Il rullo del taiko chiama all’inizio e alla fine del samu (il lavoro manuale), il suono di obonsho avvisa di prepararsi per il pasto che viene poi annunciato dal tenzo (il cuoco) che suona i kaisyaku (due piccoli legni). Alle venti e cinquanta inizia il primo colpo di taiko che, suonando a intervalli fino alle ventuno, invita a spengere le luci e qualsiasi attività, perch&ecaute; è giunta la fine della giornata di pratica.
In una Tradizione come la nostra, il Buddhismo Zen, che viene tramandata I shin den shin, cioè “da cuore a cuore, da mente a mente”, ovvero “Al di là di parole e scritture”, pochissime sono le frasi profferte nell’arco della giornata nel monastero. L’insegnamento viene dato attraverso la manifestazione stessa della pratica, quasi mai vengono date spiegazioni verbali.
La giornata si svolge in grande silenzio, con le differenti fasi scandite “dai suoni nel tempio”.
Una volta ritornata in Italia, alla mia vita di tutti i giorni da zaike (monaco che vive nel mondo) e non da shukke (monaco che vive in monastero) – nello Zen esistono queste due diverse figure monastiche – quello che più mi manca, oltre alla presenza del mio Maestro, sono proprio i suoni del tempio. La loro melodia non è solamente suono, ma l’espressione ultima della vita che si snoda attimo dopo attimo e si manifesta come parte integrante di quel tutt’uno armonico che è la vita all’interno del monastero.
E proprio riferito alla mia esperienza diretta a Daijoji, a proposito dei suoni all’interno della pratica, voglio raccontarvi un aneddoto su una d&ecaute;faillance in cui sono occorsa qualche anno fa. I pasti nel tempio sono consumati in silenzio, secondo un rituale specifico che si apre e si chiude con la recitazione di sutra. Il cibo viene servito in tre ciotole di differente misura, tali da poter stare impilate una dentro l’altra. Alla fine del pasto ogni monaco ripone le tre ciotole, senza far rumore, sollevandole attraverso la pressione dei pollici che dall’interno della ciotola spingono verso l’esterno. Imprimendo una spinta troppo leggera, o non parimenti bilanciata sulle due mani, la ciotola scivola e sbatte contro la sottostante. Immaginate per un attimo la scena. Le cinque e mezzo del pomeriggio, orario della cena in monastero, fine del pasto. Il suono morbido prodotto dalle ciotole che si ricompongono una dentro l’altra e io che, per stanchezza e tensione, sbaglio la pressione dei pollici e: “Stock!” sbatto rumorosamente una ciotola contro un’altra. Avrei potuto morire… Immediatamente le mie mani sono scattate in gassho (mani giunte) e abbassando la testa ho detto: “Sumimasen, sumimasen (scusate)”. Avevo prodotto una nota stonata. Credo che solo un musicista in scena possa capire cosa abbia significato per me “steccare” in quel momento. Così sono i suoni nel monastero: un ininterrotto fluire armonioso. A questo vorrei aggiungere una precisazione: a volte si ha l’idea comune dello Zen come di una pratica estremamente punitiva o militaresca. Nel tempio in Giappone, dove periodicamente pratico da sette anni, non si è mai rimproverati. Il ritmo della vita è talmente in naturale sintonia che quando viene commesso un errore, come nell’episodio che vi ho appena riportato, non necessita di rimprovero da parte di alcuno. E’ la persona stessa che, presa coscienza della “sbavatura”, chiede scusa e si riallinea al fluire. Un altro suono fortemente presente, nei miei ricordi di esperienza giapponese, è legato alla prima volta che ho praticato nel monastero Zen di Sojiji, secondo monastero maschile di addestramento per monaci, Daijoji, il monastero cui appartengo, è il terzo in Giappone per importanza e fama. A Sojiji mi hanno accettato per non più di cinque giorni, ma ho dovuto mangiare da sola nella mia stanza e non insieme agli altri monaci e anche durante lo zazen non sono mai stata ammessa nella sala di meditazione principale, ma in una più piccola a fianco. Nella Tradizione Zen la meditazione è composta da tre diverse fasi: zazenkin-hin (meditazione camminata), okyo. Ricorderò sempre il suono prodotto dai cento-centoventi monaci che, dopo il secondo tocco di campana del primo zazen, si alzavano dal cuscino di meditazione e si allineavano per camminare in kin-hin: il fruscio delle loro vesti e l’impercettibile suono dei loro piedi scalzi che avanzavano sul tatami (stuoia di paglia di riso).
Attraverso quel suono potevo vederli, ero insieme a loro. Ricordo anche con chiarezza la cerimonia di okyo della mattina, quando i monaci durante la recitazione compivano un rituale aprendo e chiudendo per un certo numero di volte il libretto dei sutra come fosse un ventaglio. Il suono della vibrazione prodotta dai fogli piegati della carta, che come una fisarmonica si snodavano e si ricomponevano a soffietto nel silenzio della sala, è ancora oggi vivo nella mia mente.

Il colore del picco
il suono della valle
tutto è la voce e la figura di Shakyamuni.

Dogen Zenji

Anna Maria Iten Shinnyo

da: BioGuida n. 18 – Autunno 2007